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Visualizzazione post con etichetta Italiani con la "I" maiuscola 2007. Mostra tutti i post
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martedì 6 novembre 2007

Giustizia e Libertà: Viva il Partito d'Azione



Oggi è morto uno dei tre più grandi giornalisti della storia italiana, Enzo Biagi.

Dopo Indro Montanelli se ne va anche lui, resta solamente Giorgio Bocca.

Per rendergli omaggio oggi scrivo un post che avrei voluto scrivere tante volte, mettendo nero su bianco quale partito sogno di avere in Italia un giorno.

Sto parlando del Partito d'Azione, nato dalle Brigate Partigiane di Giustizia e Libertà. Tra queste file militava Enzo Biagi e tra esse vi erano Ferruccio Parri, Norberto Bobbio e Alessandro Galante Garrone, gente che aveva una bellissima idea dell'Italia, ma che l'accozzaglia cattocomunista ha ucciso (politicamente parlando) sul nascere.

Io sento di appartenere a questo credo politico e spero che un giorno tutte le persone che la pensano a questo modo capiscano che è arrivato il tempo di riunirsi e prendere in mano il destino di questo povero paese.

Ciao Enzo.

“Provenienti da diverse correnti politiche, archiviamo per ora le tessere dei partiti e fondiamo un’unità di azione. Movimento rivoluzionario, non partito, “Giustizia e libertà” è il nome e il simbolo. Repubblicani, socialisti e democratici, ci battiamo per la libertà, per la repubblica, per la giustizia sociale. Non siamo più tre espressioni differenti ma un trinomio inscindibile.”

Apertura del primo numero del periodico Giustizia e Libertà, fondato dai Fratelli Rosselli.

martedì 30 ottobre 2007

Crozza - Zichichi

Oggi posto questo pezzo meraviglioso, visto domenica sera, con Crozza che imita Zichichi in compagnia dell'astrofisica Sandra Savaglio e del matematico Piergiorgio Odifreddi. La Savaglio è un'autorità nel campo dell'astrofisica mondiale ... ovviamente non lavora in Italia! E come potrebbe, vista l'età relativamente giovane, nel paese della gerontocrazia!?! Meditate gente!

lunedì 8 ottobre 2007

Anche a destra ci sono politici con le palle


Oggi mi sono ricordato che è un po' di tempo che non parlo del Darfur, allora mi sono ricordato degli amici di Italian Blogs for Darfur. Proprio spulciando sul loro blog ho scoperto un altro politico italiano che mi sento di mettere vicino a Claudio Fava, ed è Marco Zacchera di Alleanza Nazionale.
Questa persona è anch'essa un parlamentare europeo ed è uno che si dà da fare andando in giro per il mondo e facendosi il culo per i popoli oppressi.
Qui è possibile trovare un resoconto del suo viaggio in Darfur e della coraggiosa denuncia della cecità del mondo intero.



sabato 6 ottobre 2007

Italietta e Italiona


E' da ieri mattina che osservo e leggo compiaciuto tutti i fiumi d'inchiostro e le dichiarazioni di condanna a Michele Santoro e ad Anno Zero per la puntata di giovedì sera che i lacchè governativi e di opposizione stanno buttando giù.
Aveva ragione la buonanima dell'Avvocato quando parlava della "Repubblica delle banane", perché non siamo altro che una enorme bananiera ancorata al centro del Mediterrano, nulla più che una espressione geografica dove ogni tanto vi è un barlume di luce.
Quel barlume di luce oggi si chiama Claudio Fava.
Onde evitare di cadere nel becero qualunquismo e nell'antipolitica di moda nell'attuale momento storico, ho deciso di riprendere dal nuovo blog di Marco Travaglio, Pino Corrias e Peter Gomez, una buona notizia (una fioca luce nel buio pesto) relativa ad un politoco italiano.
Claudio Fava è candidato come miglior parlamentare europeo del 2007 per la sua inchiesta parlamentare sugli abusi perpetrati dalla CIA in Italia quando c'è stato il rapimento di Abu Omar.
Indipendentemente dalle opinioni politiche quest'uomo è un politico che fa il suo dovere, ma spesso come tutti i politici in gamba e giovani, se valgono qualcosa, li si sfanculano in Europa lontani dalla bananiera nazionale cosicchè possano rompere le palle altrove.
Per ricordarlo, e magari candidarlo alla guida del nascente PARTITO DEMOCRATICO, è presente un sito sul quale tutti noi possiamo votarlo come migliore europeo e parlamentare europeo del 2007.
Mi raccomando votate in massa qui.
P.S. Un pensiero ed un ricordo va a Luca 'Gabibbo' Giacometti dei Modena City Ramblers morto in un maledettissimo incidente stradale.
"I cattivi finiscono in un modo infelice, i buoni in modo sfortunato: questo è quel che significa la tragedia." Michail Bakunin

sabato 22 settembre 2007

Giovanni Pesce e Guernica


Durante il sonnecchioso dopopranzo, mentre leggo un po' di fatti sul web, casualmente m'inbatto in Giovanni Pesce. Per chi non lo sapesse egli era noto con il nome in codice di "Visone" ed è stato un grande comandante partigiano. Egli è stato uno di quegli uomini che ci hanno restituito la libertà.
E' morto il 27 luglio di quest'anno a 89 anni ed ha partecipato come volontario alla guerra civile spagnola nel 1936.
Il periodo spagnolo (1936-1937) è una fase della storia che è sempre stata poco raccontata e ricordata, le mie conoscenze si basano esclusivamente su "Omaggio alla Catalogna" di George Orwell, eppure mi piacerebbe tantissimo saperne di più.
Qualcosa si può trovare in un sito chiamato "Memorie di Spagna" al quale ha contribuito anche il comandante Visone.
"Siamo impegnati in un gioco in cui non possiamo vincere. Alcuni fallimenti sono migliori di altri, questo è tutto."
George Orwell.

giovedì 20 settembre 2007

Zio Pino

Il 15 Settembre 1993 veniva ucciso padre Pino Puglisi.
Ecco un bellissimo ricordo da Ficarra e Picone, preso dal sito di AmmazzateciTutti.




"Le nostre iniziative e quelle dei volontari devono essere un segno.
Non è qualcosa che può trasformare Brancaccio.
Questa è un'illusione che non possiamo permetterci.
E' soltanto un segno per fornire altri modelli, soprattutto ai giovani.
Lo facciamo per poter dire: dato che non c'è niente, noi vogliamo rimboccarci le maniche e costruire qualche cosa.
E se ognuno fa qualche cosa, allora si può fare molto..."
. Padre Pino Puglisi

lunedì 3 settembre 2007

La memoria non scomparirà mai.


La foto che ho inserito nel post di oggi è un po' cruda, ma ci mostra la mafia per quello che è.
Sono passati 25 anni dal 3 settembre 1982, ma il dolore si riaccende.
La morte di Carlo Alberto Dalla Chiesa ci rammenta come si può morire da carabiniere e da pirla contemporaneamente (come Giorgio Bocca ha citato venerdì sera a Matrix).
Carlo Alberto Dalla Chiesa era un grande uomo, un carabiniere nel senso più nobile del termine.
Da figlio di carabiniere so che l'Arma non dimentica i suoi figli, anzi li glorifica. Tuttavia mi fa una rabbia pazzesca pensare che quest'uomo (come tutti gli altri che lo hanno preceduto e che verranno dopo) sia stato lasciato solo al suo destino.
Questo blog ha come scopo il mantenere viva la memoria affinché tutti ricordino questi uomini che hanno alzato la testa a questo paese di merda fatto da milioni di caccole umane pronte a scannarsi per una poltrona e leccare il culo al potente di turno.

"Non vado ai funerali, preferisco andare ai battesimi e alle comunioni!".
Giulio Andreotti in risposta ad un giornalista che gli chiedeva perché non avesse partecipato ai funerali del Generale Dalla Chiesa.

domenica 1 luglio 2007

Ernesto Rossi


Per una strana coincidenza quest'anno, come per Totò, ricade il quarantennale della morte di Ernesto Rossi.
Molti non lo ricordano più, eppure, come ho ricordato in post precedenti, quest'uomo già nel 1941, in piena guerra mondiale, immaginava un'Europa unita e libera, accomunata da un unico interesse: la pace e la fratellanza.
Forse è ora che si ricominci ad approfondire il lavoro di quest'uomo, soprattutto come giornalista d'inchiesta che denuncia le nefandezze del potente di turno. Basta con questi lacchè in doppiopetto che leccano il culo al potente di turno; ogni giornalista, se tale si ritiene, abbia il coraggio di drizzare la schiena.
Libertà è anche poter dare fastidio.
"Se ci domandiamo a cosa approdano tutti i nostri sforzi e tutte le nostre angosce non sappiamo trovare altre risposte fuori di quelle che dava Leopardi: si gira su noi stessi come trottole, finché il moto si rallenta, le passioni si spengono e il meccanismo si rompe."
"Io non ho mai avuto paura della morte. Mi è sempre sembrata una funzione naturale, inspiegabile com'è inspiegabile tutto quello che vediamo in questo porco mondo. Crepare un po' prima o un po' dopo non ha grande importanza: si tratta di anticipi di infinitesimi, in confronto all'eternità, che non riusciamo neppure ad immaginare. Ma ho sempre avuto timore della "cattiva morte."
Ernesto Rossi.

venerdì 13 aprile 2007

Primo Levi

L'altro ieri è caduto il ventennale della morte di Primo Levi. Mi va di ricordarlo perché quest'uomo, più di ogni altro, ha saputo esprimere a parole, nel modo
più chiaro possibile, la banalità del male. Lo ha fatto ricordandoci che
non siamo niente se perdiamo tutto quello che possediamo. Tutte le
nostre cose parlano di noi, ci presentano al modo: il nostro modo di vestire, l'arredamento della nostra casa, la nostra auto, il nostro lavoro, i nostri libri (per chi se li legge).
Adesso immaginiamo di perdere tutto questo da un giorno all'altro.
Che cosa saremmo?
Ebbene saremmo quello che furono gli ebrei durante le deportazioni nei campi di sterminio.
La memoria è tutto. Cerchiamo di non dimeticarlo.

"Immaginate un uomo a cui insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto di perdere se stesso…”
“Nell'odio nazista non c'è razionalità: è un odio che non è in noi, è fuori dell'uomo, è un frutto velenoso nato dal tronco funesto del fascismo, ma è fuori ed oltre il fascismo stesso. Non possiamo capirlo; ma possiamo e dobbiamo capire di dove nasce, e stare in guardia. Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre. Per questo, meditare su quanto è avvenuto è un dovere di tutti”.
Primo Levi

venerdì 23 febbraio 2007

Un altro Italiano che se ne va...


Un altro Italiano con la "I" maiuscola se ne va. Un altro pezzo di cultura laica abbandona la società italiana sempre più alla deriva clerico-populista.
Ecco una brevissima biografica da "Repubblica" di oggi.

E' morto stamattina Giovanni Ferrara, per molti anni editorialista di "Repubblica", più volte parlamentare repubblicano, tra i più stimati intellettuali laici italiani, negli ultimi anni appassionata voce della sinistra più indipendente e critica. Ma, con la politica, la sue vere vocazioni sono state l'insegnamento e il colloquio con i giovani.

Ed è stato parlando ai giovani, sabato scorso, che si è sentito male a Pavia, nel corso di una serata della Scuola di formazione politica di "Libertà e Giustizia". Si è alzato, ha chiesto la parola e ha fatto un intervento - molto applaudito - per chiedere che la sinistra non si dimentichi degli ultimi, che abbia anzitutto a cuore il destino di chi ha una vita non facile, che non tradisca mai la sua storia. Si è seduto, ha mormorato "C'e qualcosa che non va" e ha guardato per l'ultima volta la compagna della sua vita, Sandra Bonsanti, che di "Libertà e Giustizia" è la presidente. Poi ha perso conoscenza ed è stato portato al Policlinico San Matteo dove gli è stata diagnosticata una grave emorragia cerebrale. Con lui, in questi giorni di agonia, sono sempre stati i figli Valentina e Benedetto, giornalista di "Repubblica".


Giovanni Ferrara viveva da molti anni a Firenze, in Oltrarno, ma era profondamente legato alla sua città, Roma, dove era nato nel 1928. Una famiglia che ha segnato il '900, quella dei Ferrara. Il padre Mario, avvocato e antifascista, fu collaboratore e amico di Giovanni Amendola. Il fratello Maurizio, nato nel 1921 e scomparso alcuni anni fa, inviato a Mosca e poi direttore dell'"Unità", era tra i più ascoltati collaboratori di Palmiro Togliatti. Due nipoti, Giuliano e Giorgio, sono rispettivamente fondatore del "Foglio" e notissimo polemista il primo, apprezzato regista teatrale e cinematografico l'altro.

Giovanni Ferrara dedicò invece gran parte della sua vita allo studio e all'insegnamento, soprattutto con la docenza di Storia Antica all'università di Firenze. Tra i molti saggi, i più importanti furono su Giulio Cesare e Tucidide.

Come pubblicista collaborò con il "Mondo" di Pannunzio, passando poi a "l'Espresso" di Arrigo Benedetti e di nuovo al "Mondo"quando Benedetti tentò di ridare vigore da Firenze alla storica rivista. Fu anche direttore della "Voce Repubblicana" negli anni Settanta. Amico fin dall'adolescenza di Eugenio Scalfari, dalla fondazione di "Repubblica" entrò nella squadra degli editorialisti del giornale.

Nel 1983 scrisse per la Rusconi "Apologia di un uomo laico". Negli ultimi anni ha pubblicato per Sellerio i racconti "Il senso della notte", "La visione" e "La sosta". Uscirà tra breve, postumo, un libro dedicato proprio al fratello Maurizio.

L'attività politica. Laico intransigente, fu per molti anni dirigente del Pri, vicino a Visentini e Ugo La Malfa. Nel 1991 venne eletto al Senato a Milano, subentrando a Giovanni Spadolini, nominato senatore a vita. L'anno dopo venne rieletto al Senato a Firenze, sempre per il Pri.

Nel '94 ruppe con Giorgio La Malfa, di cui era stato il più ascoltato consigliere, perché coinvolto in Mani Pulite, e si schierò più a sinistra. Entrò in consiglio comunale a Firenze, dove per il Pri restò dal 1990 al 1995, poi diventò direttore del Circolo Viesseux, una delle principali istituzioni culturali fiorentine, in qualche modo continuando l'attività di Alessandro Bonsanti, padre di Sandra, animatore della vita culturale e letteraria italiana e infine sindaco della città

Dal '96 visse per qualche anno a Livorno dove Sandra Bonsanti, per molti anni inviato e commentatore politico di "Repubblica", era stata chiamata a dirigere il "Tirreno". E sempre con Sandra ha seguito fino all'ultimo da vicino "Libertà e Giustizia", argine culturale e di movimento alla deriva berlusconiana, giudicata da Ferrara un pericoloso populismo capace di degenerare in forme di democrazia autoritaria.

"Il sole può tramontare e poi risorgere; noi, invece, una volta che il nostro breve giorno si spegne, abbiamo davanti il sonno di una notte senza fine."
Catullo

domenica 11 febbraio 2007

Italiani con la "I" maiuscola: Adele Faccio


Con questo post inizio a parlare degli Italiani con la "I" maiuscola, quelli cioè che danno un po' di fegato a questo paese ormai malato terminale, e che via via abbandonano questa vita.

L'8 Febbraio è morta Adele Faccio. Per sapere chi è stata cito testualmente l'articolo di Maria Laura Rodotà dal Corriere della Sera del 10/02/07.

Era, per chi la conosceva, «la buonissima Adele Faccio». Una signora non giovanissima già negli anni Settanta; per niente curata alla maniera delle politiche di oggi; pesantemente presa in giro perché non era una pinup, oggetto di continue battute per il suo nasone. Era, non c'è che dire, coraggiosa. Nel gennaio 1975, aveva già 54 anni, parlando a una manifestazione dei radicali al teatro Adriano di Roma raccontò di aver abortito. Allora l'aborto in Italia era un reato. Lei fu subito arrestata. Marco Pannella digiunò per la sua scarcerazione. L'aborto fu dichiarato parzialmente non incostituzionale dalla Corte l'anno dopo. La legge sull'interruzione volontaria di gravidanza fu approvata nel 1978. Oggi l'Adriano è una multisala, e di Adele Faccio non si ricordava più nessuno, fino a ieri. Adesso forse qualcuno/qualcuna saprà o si ricorderà chi è, e scoprirà un personaggio italiano anomalo; una donna di fondo quieta, parecchio avanti per i suoi tempi. Coltissima, determinata, indipendente e protestataria dalla nascita. «Tutti i bambini nascono facendo uè uè, ma tu sei nata gridando no!» scriveva in un suo libro, e parlava di sé stessa. Nata a Pontebba, in provincia di Udine, nel 1920, da madre piemontese e padre genovese anarchico, si era laureata a Genova in lettere, era stata staffetta partigiana, era andata a stare a Barcellona, vivendo con un pittore, partecipando alla vita culturale e alla resistenza contro Franco; appassionandosi alle forme di resistenza non violenta. Tornata a Genova nel 1953, si era messa a insegnare. E, raccontò poi un ex allievo «ha conquistato gli studenti. Ha parlato il linguaggio delle fabbriche. Ha parlato di antifascismo e di resistenza, di lotte per l'avvenire». Argomenti oggi demodé, da lei illustrati in perfetto francese. A pensarci, tutta la sua storia oggi è fuori moda, anche troppo. Salutati gli studenti, era andata a Milano, da prof militante a certificata bohémienne di sinistra. Bohémienne vera, non benestante curiosa: viveva in una sgarrupata casa di ringhiera, traduceva Che Guevara e gli scrittori sudamericani, scriveva su riviste culturali con nomi espliciti come «Il disincanto» o surreali come «Il canguro». Alla fine degli anni Cinquanta – non un periodo ideale per le madri singole - fece un figlio da sola. Non aveva voluto che il padre lo riconoscesse, e diceva: «Eravamo liberi tutti e due ma non ci sentivamo di sposarci, tutto qui». Tutto qui, o forse no; comunque tirò su il figlio da sola e quando arrivò il femminismo diventò femminista, anzi lo era sempre stata. Nel collettivo di Brera, nell'Aied, che propagandava la contraccezione, nella lega per il divorzio; e poi nel Cisa, centro italiano sterilizzazione e aborto, fondato nel 1973. In quegli anni molte ragazze di sinistra e non che avevano bisogno di abortire andavano a Londra se abbienti o «dai radicali» se meno abbienti o se non potevano dirlo ai genitori. Ma la fondatrice e presidente non faceva aborti, si faceva arrestare.
Arrivò apposta dalla Francia a Roma; passò trentaquattro giorni nel carcere di Santa Verdiana a Firenze, faceva propaganda tra le detenute, protestava perché al compagno di partito Gianfranco Spadaccia era permesso leggere i giornali e usare la macchina per scrivere mentre a lei era stato detto che essendo donna, l'unica macchina consentita era quella per cucire. Un anno e mezzo dopo era deputata radicale, insieme a Pannella e ad Emma Bonino. Seguirono alcuni anni di grande casino, proteste clamorose, imbavagliamenti in aula; per lei, erano soprattutto anni di battaglia per la legge sull'aborto. Rilasciava educate interviste in cui spiegava che era favorevole proprio perché non entusiasta della pratica, cercava di sensibilizzare l'opinione pubblica sugli aborti clandestini, fu delusa dalla versione finale della 194. La considerava poco rispettosa delle esigenze delle donne. Rimase in Parlamento senza troppo entusiasmo fino all'87. Ne uscì dopo anni di battutacce sul suo aspetto, e con l'artrite. «Colpa della funesta aria di Montecitorio», raccontava anni dopo in un'intervista. Funesta politicamente e umanamente, e pessima per la salute, «è tarata per seicento deputati mentre se va bene si è in sessanta e si gela». Era silenziosamente delusa, lasciata l'aria funesta non sentiva più gli amici radicali. Negli anni Novanta scriveva come sempre poesie (nel 1980, da innamorata, compose «Farfalla spaurita/le ali vibrano/come il cuore quando/fa qualcosa che incombe»); aveva ripreso a dipingere, aveva fatto delle mostre, diceva di non avere nostalgia della politica, anzi. E chi ha fatto politica con lei la ricorda appassionata e per niente astuta: «Era di un candore totale, non potevi volergliene anche se pensavi stesse dicendo una gran fesseria». E ora la ricorda con affetto anche chi, come Francesco Rutelli, col tempo ha cambiato idea. Lei fu benevola anche con lui, in un'intervista di qualche anno fa, spiegando che se ne era andato perché «spesso i giovani si scocciavano di Pannella». Era la buonissima Faccio, lei, la combattente non violenta per l'aborto, e ci aveva messo molto più tempo a scocciarsi.
Maria Laura Rodotà

Ciao Adele.
Stepniak.

"Penso di essere passionale perché sono pieno di speranza. Coraggioso proprio perché ho sofferto di timidezza. Ma soprattutto sono un uomo felice di esistere in questo momento. Felice di sentire la fatica del lavoro. Felice perché, quando si mettono cuore, ragione e volontà al servizio del popolo, si prova la felicità di rinascere."
Vìctor Jara