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lunedì 30 settembre 2013

L'analisi sociale migliore che abbia letto fino ad ora.

 

domenica 14 luglio 2013

Cos'è la cazzimma


Dal sito dell'Accademia della Crusca
Che cos’è la cazzimma?
Cazzimma è un’espressione napoletana, diffusa soprattutto nel lessico giovanile campano e utilizzata, secondo il Dizionario storico dei gerghi italiani(Milano, Mondadori, 1991, p. 89) di Ernesto Ferrero, per indicare un insieme e un intreccio di atteggiamenti negativi: "autorità, malvagità, avarizia, pignoleria, grettezza". Una tale definizione è certamente troppo generica, tuttavia il dizionario di Ferrero ha il merito di fornire una rara testimonianza lessicografica della voce cazzimma che, invece, non è registrata dai maggiori dizionari dialettali napoletani, i quali potrebbero averla tabuizzata perché sentita come volgare.
Una definizione più precisa di cazzimma ci è data però dal noto cantautore partenopeo Pino Daniele, cui dobbiamo, tra l’altro, una delle prime attestazioni di questa parola nella sua canzone manifesto A me me piace ’o blues(contenuta in un album del 1980), dove dichiara in modo provocatorio: «tengo a cazzimma e faccio tutto quello che mi va». A chi gli chiede che cosa sia lacazzimma, Pino Daniele risponde così:
Già, “’a cazzimma”. Chi non è napoletano e non ha mai avuto modo di sentire questo termine, si chiederà giustamente di che si tratti. Ebbe’, “cazzimma” è un neologismo dialettale molto in voga negli ultimi tempi. Designa la furbizia accentuata, la pratica costante di attingere acqua per il proprio mulino, in qualunque momento e situazione, magari anche sfruttando i propri amici più intimi, i propri parenti [...]. È l’attitudine a cercare e trovare, d’istinto, sempre e comunque, il proprio tornaconto, dai grandi affari o business fino alle schermaglie meschine per chi deve pagare il pranzo o il caffè (P. Daniele, Storie e poesie di un mascalzone latino, Napoli, Pironti, 1994, pp. 52-53).
In effetti la cazzimma è innanzitutto la 'furbizia opportunistica', e colui che tiene la cazzimma è propriamente un individuo furbo, scaltro, sicuro di sé, è il dritto che sa cavarsela, anche se ciò comporta scavalcare gli altri. Ma il termine copre uno spettro di significati o, per meglio dire, di atteggiamenti ben più ampio. La cazzimma può infatti indicare anche semplicemente la 'cattiveria gratuita', come spiega, in un suo sketch, il comico napoletano Alessandro Siani, il quale, a un ipotetico milanese che gli chiede: "Cos’è la cazzimma?", risponde così: "Nun t’o bboglio ricere, chest’è ’a cazzimma!", cioè "non te lo voglio dire, questa è la cazzimma!". Inoltre, i blog della rete ci forniscono alcuni esempi dell’uso di cazzimma con una connotazione quasi positiva per indicare una sorta di 'atteggiamento grintoso, risoluto'. In un blog per calciofili, ad esempio, un tifoso pretende che i giocatori della sua squadra del cuore tirino fuori la cazzimma: "Quella cazzimma ignorante, da gente vera, che non ha paura di nulla e di nessuno, che affronta la sfida con determinazione".
Circa l’origine del termine, va notato che esso non sembra essere un neologismo degli anni ’80, come vuole il cantante Pino Daniele, e, secondo Renato De Falco, sarebbe nato nel linguaggio studentesco-adolescenziale napoletano alla fine degli anni ’50 (R. De Falco, Alfabeto napoletano, Napoli, Colonnese, 1994, pp. 34-35). Ma se le accezioni di cazzimma fin qui segnalate sono senz’altro della seconda metà del Novecento, è probabile che la parola esistesse già prima nel dialetto partenopeo, seppur con un altro significato. Il lessico giovanile napoletano, infatti, è spesso ripreso dal dialetto, anche se le voci dialettali nel passaggio al gergo conoscono notevoli mutamenti semantici. Tra i giovani campani sono molto diffuse, ad esempio, parole come pariare'divertirsi' o chiattillo 'figlio di papà', che, tuttavia, in queste accezioni sono neologismi novecenteschi, poiché i significati dialettali originari di pariare echiattillo sono rispettivamente quello di 'digerire' e di 'piattola, parassita'.
Per quanto riguarda l’etimologia di cazzimma, essa risulta abbastanza evidente, va cioè collegata al nome dell’organo sessuale maschile + il suffisso napoletano -imma. Tale suffisso proviene, come il corrispettivo italiano -ime, dal latino -īmen, originariamente legato ai verbi in -ire (munimenfulcimen), ma che nel momento in cui si è legato ai nomi ha iniziato a esprimere un’idea collettiva piuttosto che un concetto astratto. Ma se il toscano -ime si riscontra in un numero limitato di sostantivi maschili deverbali e denominali relativi soprattutto alla terminologia agricola (come concimemangimelettime,guaime), il napoletano -imma risulta tuttora molto produttivo e, inoltre, ha assunto accanto a una connotazione collettiva anche una dispregiativa, dando origine a vari termini di genere femminile; qualche esempio: rattimma'eccessiva libidine espressa attraverso parole o gesti', scazzimma 'secrezione cisposa', sfaccimma 'liquido seminale', sodimma 'sudore copioso', zuzzimma'sporcizia'.
In ogni caso resta opaco il senso letterale di cazzimma che, forse, in origine indicava una 'secrezione fisiologica' come l’affine scazzimma 'secrezione cisposa'. Per il passaggio semantico si veda il caso di sfaccimma che da 'liquido seminale' è passato ad indicare 'la feccia, il peggio' e nel corso del Novecento anche una 'persona furba e intraprendente'. D’altra parte dalla stessa base etimologica di cazzimma hanno avuto luogo, in italiano come nei dialetti, tante forme e vari significati figurati, come, ad esempio, l’italianocazzuto 'furbo' ma anche 'grintoso, aggressivo', il napoletano (che è poi entrato in italiano) cazziare 'rimproverare', o ancora il milanese cazzoeur 'persona di malaffare' (adoperato dal Porta).
In conclusione: cazzimma è un termine dialettale napoletano che, da un probabile precedente significato letterale di ambito fisiologico, a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso è passato ad indicare, per traslato, un atteggiamento opportunistico o prevaricante, sempre e comunque mirato a danneggiare, a coartare o a sopraffare gli altri. Il successo e la diffusione di questo dialettismo (e dei suoi derivati, come cazzimmeria e cazzimmuso) nell’italiano regionale della Campania (e forse di qualche regione vicina), anche in opere di carattere artistico e letterario, è stato senz’altro favorito dal fatto che in italiano non esiste un sinonimo esatto e univoco di cazzimma. Ma se la parola resta senza dubbio un regionalismo, il significato che trasmette è, come fa notare ancora Pino Daniele, fin troppo comune "in una società come la nostra, dove certe volte il diritto diventa un optional e anche se non sai fare niente, puoi andare avanti con la cazzimma".

Per approfondimenti:

  • M. Cortelazzo, C. Marcato, N. De Blasi, G. P. Clivio (a cura di), I dialetti italiani. Storia struttura uso, Torino, UTET, 2002, p. 648.
  • A. Ledgeway, Grammatica diacronica del napoletano, Tübingen, M. Niemeyer Verlag, 2009, p. 154.
  • M. Pfister-W. Schweickard, LEI - Lessico Etimologico Italiano, Wiesbaden, Reichert, fasc. 111 (v. XIII), 2012, cc. 37-44, 51-60.
  • G. Rohlfs, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, v. III,Sintassi e formazione delle parole, Torino, Einaudi, 1969, § 1088.

A cura di Antonio Vinciguerra
Redazione Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca

venerdì 15 marzo 2013

Per il bene del Paese, riportate in India i nostri marò

Da Linkiesta di oggi

Stefano Casertano
La pubblicità negativa, con la nostra nomea di “italiani traditori”, rischia di rovinare gli accordi

I due marò La Torre e Girone devono tornare in India, e l’Italia deve trovare il prima possibile una scusa e cambiare idea rispetto alla scellerata decisione di trattenerli in Italia oltre il permesso concordato fino al 22 marzo 2013.

Sono certo che questa mia opinione si scontrerà con l’ondata di consensi vetero-populist-fascista generata dalla mossa voluta dal ministro degli Esteri per nomina, Giulio Terzi di Sant’Agata. Ma ci sono molti, troppi elementi che spingono a chiedere: metteteli su un volo e rispediteli indietro, prima che siano arrecati danni peggiori al nostro Paese.

Il primo elemento è di carattere legale. Il caso è estremamente ingarbugliato. Ci sono esperti pronti a garantire che la procedura indiana di arresto dei marò sia stata del tutto inaccettabile, e altri che sostengono come, in qualche modo, l’India avesse qualche base legale per arrestare i due marò.

Ma ciò che conta è: dove non arriva il diritto, intervengono i negoziati e la credibilità personale. Garantire “con la parola” che i marò torneranno, e poi tenerli a casa, non è accettabile. Al di là del merito legale: i patti si rispettano. La crisi è stata gestita evidentemente in maniera catastrofica dall’inizio alla fine, se una bega tragica - quanto piuttosto comune in campo militare - si sia trasformata in questo pastrocchio.

L’incompetenza italiana a gestire la crisi non deve essere nascosta dietro questi penosi richiami all’“orgoglio nazionale”. Se le questioni legali sono ingarbugliate, è necessario negoziare, non si può “tirare la sola” alla controparte. Possiamo aver ragione o torto, fatto sta che l’India pensa di avere ragione, e pensa di esser stata tradita. Questa azione stimola tutti i complessi d’inferiorità che l’India può nutrire nei nostri confronti, e ce la farà pagare.

Abbiamo poi perso credibilità non solo con l'India, ma con tutto il mondo. Se si dovessero ripresentare situazioni simili, in cui è in gioco la “credibilità italiana”, non avremmo niente da mettere sul piatto. La pubblicità negativa, con la nostra nomea di “italiani traditori”, ricadrà su tutti gli accordi e le attività commerciali che ci riguardano. Gli imprenditori che si vedranno negata una commessa per problemi di credibilità nazionale dovranno ringraziare Sant’Agata per il bel servizio.

C’è poi la questione degli altri italiani incarcerati in India. Il sistema giudiziario indiano è noto per una durata media dei dibattimenti pari a 4 minuti e 55 secondi, con l’Alta Corte di Delhi oberata da 466 anni di cause arretrate, e vari problemi di corruzione. Anche se lo standard è superiore rispetto a quello di altri paesi in sviluppo, ci possono essere questioni di arbitrarietà nelle decisioni – e di certo tutti gli italiani saranno trattati d’ora innanzi con un “occhio di riguardo”.

L’Italia non si può permettere un’azione simile, perché non è nelle condizioni politiche ed economiche per farlo. Per citare Carl Schmitt, “sovrano è colui che decide sull’eccezione”, implicando che solo gli Stati potenti se ne possono sbattere delle norme del diritto, o possono essi stessi imporre le regole, proprio perché sono potenti. L’Italia non è potente – facciamocene una ragione – e questa “politica estera da grande potenza” non ce la possiamo permettere. Peraltro siamo in una crisi economica spaventosa, e rinunciare all’India è un autogol clamoroso. Se qualche famiglia in più finirà per strada per la decisione di Sant’Agata, la colpa sarà di Sant’Agata.

Non abbiamo dietro di noi neanche una grande potenza che possa avallare le nostre azioni. Se gli Stati Uniti dovessero decidere di schierarsi tra India e Italia, non c’è dubbio che sceglieranno l’India, o al massimo si faranno gli affari propri. La Russia e la Cina non avrebbero alcuni interesse a sostenere la nostra posizione da formica urlatrice. Rischiamo di isolarci in nome di un ideale che costerà carissimo, e la cui giustificazione morale è tutta da dimostrare.

Consideriamo anche che Terzi di Sant’Agata non è un ministro eletto, ma nominato. Sant'Agata non si può permettere di gestire come res propria una questione così sublimemente politica, e con tanto personalismo. Voglio immaginare che la decisione sia dovuta a retaggio culturale da diplomazia d’antan, che ci porta però a concludere, ancora una volta, quanto sia assolutamente da evitare un ambasciatore nella posizione di Ministro degli Esteri.

C’è inoltre l’aspetto diplomatico. Un’azione simile non compie da soli: bisogna coordinarsi – come minimo – con le segreterie dei grandi Paesi. Bisogna preparare un report legale, bisogna avvisare e preparare. Non si dà un annuncio prima per Twitter, solo per poi giustificare le proprie ragioni qualche ora dopo, a danno effettuato - lasciando nell'imbarazzo le cancellerie di mezzo mondo all'arrivo della regolare e prevedibile telefonata indiana. Se l’Italia aveva le ragioni legali per chiedere il proscioglimento dei marò, con questa azione unilaterale il nostro governo ha scelto di passare automaticamente dalla parte del torto.

Possiamo solo pensare ora al bravissimo ambasciatore italiano Daniele Mancini: a Nuova Delhi è praticamente confinato nella sede diplomatica italiana, quasi come ostaggio, in attesa di essere rispedito in Italia tra gli insulti se il 22 marzo i due marò non saranno a New Delhi. Mancini è un uomo estremamente colto e sensibile, appassionato di rugby e autore di un libro di poesie cattoliche, nominato ambasciatore nel 2011 dopo vari distaccamenti dall’Iraq alla Romania. È tra i migliori ambasciatori che abbiamo, se non forse il migliore. È stato per tre anni consigliere diplomatico presso il Ministero dello Sviluppo Economico a Roma, e sa bene quanto siano delicate le negoziazioni commerciali – e quanto per esse conti la credibilità del paese. Siamo con lui in queste ore drammatiche.

In tempi normali non metteremmo mai il naso in questioni che riguardano internamente la Farnesina, ma in questo caso Terzi di Sant’Agata non agisce da ambasciatore, quanto da Ministro degli Esteri. Sant’Agata ha tirato proprio un bello scherzetto all’ambasciatore Mancini, che ha garantito l’operazione di licenza dei marò anche con la propria parola. Mancini ha perso credibilità per colpa del governo, così come tutto il paese, del resto.



Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/maro-india-italia#ixzz2NdyAN4X7

giovedì 28 febbraio 2013

SE IL PAESE PUNISCE I VERI EROI ANTI CASTA

Il Giornale - 28 febbraio 2013

di Nicola Porro

Agli italiani degli sprechi della politica non importa davvero nulla. Non stracciate il Giornale e seguite il ragionamento. Diciamo meglio: gli italiani si dicono indignati per gli sprechi, ma non si comportano di conseguenza. Così come tutti si dicono contro l'evasione. Ma quella degli altri: poi, una ricevutina farlocca l'accettano in molti. Ma come, si dirà, con i milioni di voti ottenuti da Grillo come si fa a sostenere una panzana simile? Stop. Fermiamoci un attimo. Il voto di Grillo è tante cose e non staremo qui a fare il predicozzo o l'analisi di chi sapeva tutto, anche se il giorno dopo. Al contrario vogliamo sostenere come si sapesse tutto il giorno prima. Esiste un solo laboratorio in cui è stato testato scientificamente un gruppo politico nemico del consociativismo nello spreco pubblico: era presente alla Regione Lazio dei Fiorito e dei Mariuccio. Era il gruppo della lista Bonino-Pannella. Sì, sì, certo quelli del grande Satyagraha, radicale, liberale, libertario, liberista e antipartitocratico, a favore del divorzio, dell'aborto, dell'obiezione di coscienza, contro la cupola partitocratica della corte incostituzionale, che odiano il fascismo degli antifascisti e compagni e amici e quello che diavolo viene in mente nella lunga filastrocca del capelluto Pannella. Vi avranno pure stufato. Ma i suoi due unici rappresentanti nel Lazio, Giuseppe Rossodivita e Rocco Berardo sono stati l'esempio di una vera battaglia politica e democratica contro lo scempio dello spreco pubblico. Eppure nessuno li ha voluti, quasi nessuno li ha votati. Sono stati loro a denunciare gli assurdi finanziamenti ai gruppi regionali, che andavano avanti (rimpolpati) da trent'anni. Sono stati loro a far scoppiare lo scandalo Fiorito. Sono stati loro a innescare la miccia per la quale le Procure di mezza Italia inseguono gli scontrini dei consiglieri in ogni regione. Sono stati loro a chiedere il 10 dicembre del 2010 per quale dannato motivo si dovessero istituire alla Regione Lazio quattro nuove commissioni. Per quale strano destino su 70 consiglieri regionali del Lazio la bellezza di 60 erano presidenti o vicepresidenti di qualcosa. Compresa la favolosa commissione per i Giochi Olimpici del 2020 (che ha portato una certa sfiga). Si sono battuti ispirati dall'idea semplice e liberale che i costi di una commissione provengono dai quattrini pagati con le tasse dai cittadini. E questo lo hanno detto, denunciato, urlato, scritto nei loro siti. Ma... Ma nessuno se li è portati a casa. Sì certo, con un beau geste di quelli di cui è capace, Francesco Storace aveva provato ad apparentarli alla propria lista. Ma il Pd (orfano dell'intuizione di Veltroni per cui i rompiballe radicali erano utili) li ha «schifati». E così sono andati da soli. Per carità nulla di male. È la democrazia. Ebbene Rossodivita e i suoi amici (da queste parti compagni non si riesce proprio a dire, sul genere di «Scusa» per Fonzie) alle ultime elezioni hanno preso 14.567 voti. I grillini 662 mila. Niente, rasi al suolo. Zingaretti è stato eletto con 1,3 milioni di voti. In questo caso dei radicali importa poco, ma dell'ipocrisia molto. Quando qualcuno si alzerà e si lamenterà degli sprechi in Regione e del bla bla sui costi della politica, converrà rammentargli del bazooka che aveva a disposizione e che non ha saputo usare: il proprio voto.

martedì 22 gennaio 2013

Petizione pro-Guzzanti vinta!

Corrado Guzzanti - Padre Pizarro
La petizione per Corrado Guzzanti ha raccolto oltre 54mila firme. L’Associazione dei telespettatori cattolici (Aiart) ha ritirato la denuncia. Guzzanti ci ha scritto una splendida lettera (che puoi leggere sotto) per ringraziare te e quanti hanno promosso e firmato l’appello e per dire la sua sulla satira in un paese che dovrebbe essere “laico e democratico” ma troppo spesso appare come uno “stato teocratico”.



“Un enorme grazie agli amici di Articolo21 e di Change.org, per aver promosso la petizione in mia difesa e a tutti quelli che l’hanno diffusa e firmata. Con l’occasione ringrazio anche molti giornalisti che hanno preso le mie parti scrivendo della querelle tragicomica di Padre Pizzarro. Ciò detto è probabile che abbiamo sopravvalutato tutti le minacce dell’Aiart, associazione che pretende di rappresentare i telespettatori cattolici, di cui né io, né voi, né i telespettatori cattolici avevamo mai sentito parlare.
Vorrei innanzitutto precisare, anche se è stato già fatto altrove, che La7 non stava mandando in onda un mio nuovo programma, ma la ripresa televisiva di uno spettacolo teatrale del 2010, già replicato su Sky decine di volte, e anche in chiaro sul canale del digitale terrestre “Cielo”, pubblicato in DVD, presente da tempo su youtube etc. L’Aiart poteva legittimamente non esserne a conoscenza, o essere stato appena fondato e voler recuperare il tempo perduto, ma non lo era neanche del fatto che i reati di opinione, insieme al vilipendio ecc. sono stati fortemente ridimensionati nel nostro ordinamento. Gli attuali limiti della satira, si parli di politica o di religione, si riducono sostanzialmente alla calunnia o all’insulto personale, per i quali la legge, come è noto, prevede il diritto di querela. Dunque paradossalmente avrei più speranze io di sfidare l’Aiart in tribunale per le parole offensive che mi rivolge nei suoi comunicati, senonché l’ultimo di ieri, in cui si dice soddisfatta delle mie scuse, estorte per gioco in una gag de “Le Iene”, mi ha riempito il cuore di tenerezza.
In merito all’offesa confesso di non capire esattamente cosa sia il “sentimento religioso” perché sfortunatamente non ne sono dotato. Ho sempre pensato che essere intimamente credenti non possa essere troppo diverso dall’essere intimamente liberali, o socialisti, o vegani. Si tratta di amare e riconoscersi in delle idee, in una visione della società e del mondo, e le idee non sono sacre e intoccabili solo perché noi crediamo così fortemente in esse; vivono nel dibattito pubblico, confrontandosi e dovendo convivere con idee diverse e a volte opposte. Spero di non offendere nessuno se affermo che l’esistenza di un creatore, l’inferno, il paradiso, l’immortalità dell’anima, il giorno del giudizio ecc. siano, fino a spettacolare prova contraria, soltanto delle idee, delle opinioni che si è liberissimi di sostenere purché non si tenti di imporle agli altri come un tabù inviolabile.
Che il sentimento religioso non possa reclamare una superiore legittimità, perché supportato, mi dicono, da pervasiva e speciale intuizione, appare evidente dal fatto che le credenze religiose sono tante, più di quelle da cucina dell’Ikea, e producono purtroppo affermazioni contrastanti. Un buddista e un cattolico, egualmente persuasi della loro fede, saranno certi di saperla molto lunga sull’origine e il senso dell’uomo e dell’universo, ma almeno uno di loro, al momento del trapasso, avrà una sorpresa. Ciò dovrebbe suggerire che convinzione “sentimentale” profonda e verità siano sostanzialmente due cose diverse.
Si obietterà, magari stavolta tra i denti, che l’unica fede valida sia la nostra (e raramente qualcuno insorge perché sia stata offeso il sentimento religioso di qualcun altro), eppure non tutti i credenti si offendono, alcuni addirittura ridono, e spero che L’Aiart non pensi che a persone di questo genere siano capitati in sorte una fede o un sentimento di serie B.
Mi conforta che questa associazione limiti la sua vigilanza ai nostri canali generalisti; al confronto di ciò che osa la satira in Inghilterra, in Francia o negli Stati Uniti, il mio Padre Pizzarro fa la figura del tenero Giacomo della Settimana Enigmistica. Ma il nostro è un paese “laico e democratico” dove un presidente del consiglio che nessuno di noi ha eletto, come primo atto ufficiale va a porgere i suoi omaggi al Papa. E il motivo per cui io e i miei colleghi scriviamo e recitiamo cose come “Padre Pizzarro” è che l’Italia sembra spesso uno stato teocratico “di fatto”. Solo pochi anni fa un ministro dell’istruzione avanzava, con un certo successo, la proposta di abolire Darwin dall’insegnamento scolastico per rispetto ai creazionisti, che ancora ci devono spiegare (come diceva un noto comico americano) perché Dio prima di creare l’essere a sua immagine e somiglianza si sia gingillato per milioni di anni coi dinosauri. Dunque non mi stupisce troppo che una minoranza di ferventi religiosi, invece di limitarsi a cambiare canale, si senta in diritto di chiedere una punizione legale, e questo rende, e temo renderà ancora, iniziative come la vostra necessarie a difendere e ribadire civilmente la libertà di tutti. In molti anni di televisione non credo di essermi guadagnato la fama del provocatore seriale, a caccia di polemiche per ottenere attenzioni e notorietà, né quella di un comico particolarmente violento o volgare. Ho sempre fatto il mio lavoro seguendo il mio “sentimento satirico”, parlando di tutto e di tutti nel modo più libero che mi è stato e che mi sono concesso. So inoltre cosa significhi sentirsi indignati. Le affermazioni fatte da esponenti di quel mondo, o da politici che, più o meno sinceramente, parlano e decidono in sua difesa, delle nostre scelte in materia di sessualità, diritti, vita e morte, mi hanno offeso numerose volte e continuano ad offendere il mio sentimento laico. Per questo ogni tanto Padre Pizzarro parla ed altri oltre a lui e dopo di lui parlano e parleranno.
Grazie ancora a tutti. Vi abbraccio.
Corrado Guzzanti

venerdì 18 gennaio 2013

Consigli non richiesti a Monti



Mi rivolgo all’uomo, oltre che all’agenda. Uno statista come lei avrebbe potuto evitare di salire in politica e rimanersene al livello del mare, nel giardino dei senatori a vita, a cui una regola non scritta suggerisce di non sporcarsi il mantello nelle campagne elettorali. Oppure avrebbe potuto affrontare l’arrampicata in solitudine, con una compagnia selezionata fra le eccellenze italiane allergiche alla Casta.  

Voi del loden contro tutti: anche la sconfitta sarebbe stata un onore, l’inizio di qualcosa. Invece si è lasciato incastrare in una cordata di mestieranti, il gatto Fini e la volpe Casini. Due strenui difensori della famiglia, in particolare della loro, che bazzicano la politica da quando io andavo all’università e lei forse nemmeno ci insegnava.  

Prima che i tartassati della classe media tornino a rifugiarsi in massa sotto le insegne di cartapesta dell’astuto pifferaio, accolga qualche suggerimento tecnico. Rinfoderi quel tono asettico, a metà fra lo specialista in dispetti e l’analista fiscale. L’Italia non è una banca, anche se in tanti l’hanno rapinata. Metta la vita nelle sue parole, indicando un traguardo che sia una vittoria da sognare e non sempre e soltanto una sconfitta da evitare. Non ascolti il gatto e la volpe: con i voti della Chiesa non si diventa capi del governo, ma chierichetti. Ed eviti, se può, di correre il rischio di tutte le agende, che si usano un anno e poi si buttano. 

Massimo Gramellini

domenica 25 novembre 2012

Il complesso della destra e ciò che resta del Pdl

In Italia Destra e Sinistra sono entrambe in una condizione di incompletezza anche se in modo opposto. Mentre la Sinistra, infatti, gode di un forte e stabile insediamento socio-culturale, che però riesce molto difficilmente ad allargare fino a conseguire una propria maggioranza elettorale, la Destra, invece (considero Destra tutto ciò che non è Sinistra, e parzialmente dunque anche la vecchia Democrazia cristiana, pur con le specificità di cui appresso) la Destra, dicevo, può invece contare fisiologicamente su una maggioranza di voti, che però non riesce a trasformare in un autentico insediamento nel tessuto socio-culturale del Paese. L'Italia, insomma, è un Paese che per sua natura è intimamente conservatore e vota perlopiù a destra o per il centrodestra, ma ha una prevalente cultura politica organizzata e diffusa che è di sinistra. Nelle urne vince per solito la Destra (o il Centro che raccoglie gran parte di voti di destra, com'era la Dc, che aveva di certo anche un suo radicamento - cattolico per un verso e di sottogoverno per l'altro - ma non seppe aggiungerne alcuno specificamente suo e diverso), ma nella società civile quella che di gran lunga si fa più sentire è la voce della Sinistra.

Proprio quanto ho appena detto spiega due tratti specifici della vita politica repubblicana. Da un lato, il fatto che a cominciare da Togliatti la Sinistra, consapevole del carattere organicamente minoritario del proprio consenso elettorale, ha quasi sempre perseguito un accordo con una parte della non-Sinistra (in questo, a conti fatti, sono consistiti il «dialogo con i cattolici» e l'invenzione della «sinistra indipendente»); e dall'altro, invece, che la Destra, anche se elettoralmente fortissima, sembra esistere in un certo senso solo nelle urne, essendo in tal modo esposta al rischio di collassi politici e d'immagine improvvisi, capaci di portare in pratica alla sua dissoluzione. È precisamente ciò che in qualche modo assai complesso accadde alla Dc nel 1993-94, e che ora sta capitando in modo diretto e catastrofico al Pdl.

Il quale paga il prezzo del fatto che, nato come un partito di plastica, in tutto e per tutto artificiale, e poi inebriato dal successo elettorale, non si è mai curato di diventare qualcosa d'altro: qualcosa per l'appunto che avesse un retroterra effettivo di idee e di valori nella società italiana. Non se ne è mai curato, vuoi a causa dello strabordante, narcisistico senso di onnipotenza del suo capo, personalità certo fuori dal comune, ma in sostanza di scarsissima intelligenza delle cose politiche e di ancor più scarsa capacità di leadership (consistente ai suoi occhi in nulla più che nel principio: comando perché pago, o perché ho il potere di farlo). E vuoi per la prona accondiscendenza di tutti coloro che egli ha chiamato intorno a sé: chiamati, e rimastigli intorno, proprio perché capaci di accondiscendere sempre, e in forza di ciò, solo di ciò, di avere un ruolo importante.

Così il Pdl è stato in grado, sì, tesaurizzando il sentimento antisinistra del Paese, di vincere due o tre elezioni. Ma nel momento in cui limiti e pochezze di Berlusconi sono emersi in pieno (già tre anni fa), e lo stesso Berlusconi si è trovato rapidamente messo all'angolo, allora sotto i piedi del vertice, ostinatosi fino all'ultimo a non vedere o a far finta di nulla, alla fine si è aperto il baratro. E tutti i nodi sono venuti al pettine tutti insieme. Il vertice del Pdl oggi paga per le mille cose promesse, annunciate e non fatte, per il malgoverno e per il sottogoverno; paga per una politica estera priva di qualunque autorevolezza, biliosa e inconcludente; paga per lo straordinario numero di gaglioffi di ogni calibro che in questi anni hanno scelto il Pdl come proprio rifugio e che non poche volte lo stesso vertice ha accolto al suo interno senza che nessuno protestasse; paga per gruppi parlamentari scialbissimi, gonfi di signore, di avvocati di varia risma e di manager pescati dagli addetti di Publitalia non si sa come; e non si finirebbe più.

Ma paga soprattutto perché si è mostrato incapace (proprio il partito del Grande Comunicatore!) di parlare al Paese. Infatti, presentatosi originariamente come espressione massima della società civile, il Pdl è diventato in breve quanto di più «politicistico» e autoreferenziale potesse immaginarsi, presente e attivo quasi esclusivamente negli spazi istituzionali. Ma altrove del tutto assente, a dispetto di tanti suoi elettori in buona fede che oggi non meritano certo lo spettacolo a cui sono costretti ad assistere. In tal modo il Pdl non ha fatto altro che confermare l'antica difficoltà della Destra italiana postfascista ad agitare nel Paese temi e valori propri, a rappresentarli e a diffonderli con la propria azione politica, sì da costruirsi grazie ad essi - in positivo, non più solo per semplice contrapposizione alla Sinistra - un proprio effettivo retroterra socio-culturale. Quei valori che per l'appunto avrebbero dovuto essere i suoi - il merito, la competizione, la rottura delle barriere corporative, il senso e l'autorità dello Stato, la sana amministrazione delle finanze e dei conti pubblici, la difesa della legalità, la cura per l'identità e per il passato nazionali, per la serietà degli studi - ma che invece essa ha finito per disperdere al vento o per regalare quasi tutti alla sinistra. Così da trovarsi oggi, tra una rissa interna e l'altra, ormai avviata verso una meritata irrilevanza nel più scettico disinteresse degli italiani.

Ps: per anni, ogni qualvolta mi è capitato di muovere una qualunque critica al Pdl mi è arrivata puntuale una sesquipedale e sdegnata messa a punto-smentita da parte dei coordinatori del partito, Bondi, La Russa e Verdini. Immagino che questa volta, però, decidano di risparmiarcela: a me e ai lettori del Corriere .

Ernesto Galli della Loggia
25 novembre 2012 | 9:53